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Sorvoliamo la Valle di Cogne, anch’essa isolata per la caduta di 2,30 metri di neve… so che i miei parenti sono stati evacuati e sono al sicuro ma le loro case no…. Persino nel prato di S Orso è scesa una valanga che non si ricorda a memoria d’uomo …. Ogni paravalanga è seppellito da altrettante montagne di neve e tronchi di pini sradicati… Penso anche agli stambecchi e ai camosci, con questa neve sarà un’ecatombe!
Finalmente mi fanno segno che il mio viaggio sta finendo, ci abbassiamo verso il capoluogo della Valsavarenche, Degioz , sepolto dalla neve. Hanno ricavato un piccolo spiazzo per far avvicinare il velivolo che, secondo me troppo lontano dalla ..”madre terra..”, si ferma; il pilota allunga una mano dietro e apre la portina: non ha bisogno di spiegare.. capisco da sola che devo scendere. Non ho neppure concluso l’atterraggio fantozziano che l’elicottero è già ripartito. Guardo l’ovetto che diventa piccolo piccolo in un attimo e poi cerco qualcuno lì intorno. Avevo visto qualche anima dall’altra parte dei cumuli di neve ma non capisco come fare a uscire di lì. Una ragazza mi urla la direzione e finalmente raggiungo il gruppetto: mi si allarga il cuore perché riconosco nelle tre persone una cara conoscente che si sbraccia e dice a tutti: “è lei.. la conosco… è Venturella … è lei… meno male!!”
Miryam sarà il mio angelo custode, il mio salvacondotto per tutto il tempo di permanenza.
Il gruppo che mi accoglie, mi fa capire subito che avrebbero preferito 50 Kg di pane a 50 kg di psicologo!!! Sono bloccati da tre giorni, senza corrente né telefono!
Miryam si svena per farmi la migliore pubblicità che chiunque spererebbe per sé, in una situazione ostile. Questa è gente rude, solida, montanari abituati alle avversità del tempo, pratici e sbrigativi, non pensavano certo di aver bisogni di un medico né tanto meno di una psicologa: spiego che la PC regionale, nelle situazioni di emergenza, applica un protocollo standard che prevede l’invio, nei luoghi isolati, anche di un’équipe medico-sanitaria composta, oltre che dal medico, anche dallo psicologo. In effetti il dottore, un altro “straniero” infagottato in una giacca pesante, arrivato prima di me e rimasto in disparte, si avvicina: è stato catapultato in un ambiente a lui completamente sconosciuto e cerca una complicità nel mio sguardo. Per fortuna il parroco lo prende sottobraccio e lo allontana un poco da lì.
Arriva uno del soccorso alpino e un signore che mi riconosce perché mi ha visto spesso a far fondo nelle loro piste: ciò migliora di molto la mia posizione e da straniera assumo lo status di ….una della zona (è più di quanto sperassi).
Si forma un capannello di gente che si chiede perché hanno mandato su noi due…. E di nuovo Miryam giustifica con autorevolezza la nostra presenza, anzi sa già dove dobbiamo intervenire: nel paese è caduta una valanga che ha travolto quattro case e distrutto metà di un’abitazione; poteva essere una strage perché solo qualche attimo prima in quei locali c’era una famiglia intera (mamma, papà, due bimbe di 2 e 6 anni, nonno, nonna e bisnonna). Convince tutti che, vista la nostra presenza è bene usarci perciò suggerisce la mia visita alla signora anziana e alla mamma, perchè molto spaventate, e quella del medico ad un’altra signora influenzata.
Mi accompagna subito … l’abbraccerei!
La casa è solo 50 metri più in là ma tanto basta a Myriam per aggiornarmi su una situazione familiare complessa. Quando vedo la struttura e una signora anziana che rovista fra poche cose rimaste nel suo ex negozio (la gente del paese ha già liberato tutti e due i piani dalla neve che ha sfondato solo metà dell’edificio) mi si stringe il cuore.
“ ecco cosa resta .. di tutti i sacrifici di una vita…” Ha gli occhi lucidi.. ci abbracciamo. Non c’è bisogno di presentazioni né di parole …più vuote del vuoto che la neve ha lasciato.
Mi racconta che è stata una cosa strana: la valanga si annuncia con un rumore sordo … prolungato e invece è precipitata loro addosso una montagna di neve, sbalzata dopo un salto di roccia: un boato incredibile! Assolutamente imprevedibile!! Chi riuscirà, anche ricostruendo, a tornare la sera a casa tranquillo… chi si fiderà più?!? La signora fruga fra un mucchio di rotoli di carta per alimenti … tutti bagnati … le dico sottovoce che posso aiutarla, se vuole, e raccolgo insieme a lei oggetti indefinibili che però asciughiamo…. Del vecchio negozio restano solo le tracce cartacee, gli scaffali contorti e ammucchiati non servono più a nulla, non c’è traccia di materiale recuperabile.
La signora è poco vestita ma non sembra avere freddo, anche se il gelo lo leggi nei gesti e nei passi.
C’è una famiglia albanese con loro….. avevano poche cose e le hanno perse… tutte.
La signora mi chiede poi di salire dalla nuora e dalle bambine, non sembravano spaventate ma non riescono a dormire….
Entro in una bella cucina incredibilmente calda … il fuoco nella stufa a legna scoppietta… La mamma, le due bambine e la loro maestra nonché cugina, sono sedute intorno al tavolo, tutte impegnate a creare con il didò. Myriam spiega chi sono, la mamma sorride timidamente, la maestra mi saluta: hanno lo stesso sguardo di chi è scampato ad una tragedia ma sta già facendo i conti con il poi. Parliamo un po’ delle bimbe, del loro disagio … appena percettibile … ma non riescono più a dormire, la più piccola piange per nulla, la più grande comunica a monosillabi. Con la maestra concordiamo che è fondamentale riaprire la scuola, riportare un po’ di normalità e una routine securizzante. Sono dieci bambini di tutte le classi, sparpagliati in tante piccole frazioni, purtroppo non raggiungibili se non a piedi. Pazienza, tutti quelli che possono devono tornare a scuola, almeno qualche ora.
Non sarà facile convincere, a cena, la più alta autorità comunale presente che, alla fine garantisce un ripristino almeno parziale del riscaldamento in un’aula, per il giorno dopo.
Non mi rendo conto che fuori è già buio, saluto tutti e raggiungo Myriam; mi spiega che la situazione è molto critica: la PC ha fatto in tempo a trasportare solo tre generatori e tutte le case della frazione sono senza luce, il telefono continua a non funzionare, le risorse alimentari stanno scarseggiando e in poche case c’è l’acqua corrente, ovviamente gelida. Mi conduce a casa della mamma dove questa sera si raccoglieranno una decina di persone: hanno dovuto cucinare una gran quantità di carne scongelata perché il congelatore è spento da tre giorni perciò posso considerarmi invitata a cena!! Io già pensavo tristemente a consumare la mia riserva (la mela) da qualche parte, ma dove???
In quella situazione forse nessuno ad Aosta si è reso conto che ospitare anche solo due persone è un problema; le poche case con riscaldamento funzionante sono già sovraffollate perché molti hanno lasciato il loro domicilio per raggrupparsi nel capoluogo…. Una vicina di casa di Miryam mi offre una stanza (non riscaldata) nella sua abitazione….. va benissimo, il dottore invece dormirà dal parroco.
Passiamo alcune ore insieme e chiacchieriamo serenamente a lume di candela; ricordo i tempi passati in cui l’inverno spesso significava rimanere per dei giorni senza luce né corrente e bisognava risparmiare anche le candele! Si crea un bel clima, mi sento e mi trattano come una di loro.
Sono le 23 quando decido di andare a dormire: la stanza è al secondo piano di una casa accogliente ma la temperatura è proibitiva. Dopo una toilette velocissima, l’acqua è poca e gelida, mi caccio, vestita, sotto una montagna di coperte talmente pesante che limiterà qualsiasi spostamento nel letto. E’ incredibile ma ciò che più mi manca è poter comunicare con i miei e con i colleghi rimasti giù, dopo essere stati allertati: che penseranno? Meri si preoccuperà di sicuro… sorveglio il passare delle ore, controllando la piccola stella visibile, dalla finestra, nello spicchio di cielo e penso che se quella resiste, domani sarà sereno. Finalmente giunge l’alba: il cielo è ancora ingombro di nuvole ma gli squarci di azzurro si fanno largo prepotentemente.
Dopo un caffè veloce mi dicono che ci sono tre situazioni da verificare, in frazioni distanti fra loro: un’anziana signora che vive da sola in un piccolissimo paese, una mamma con una bimba di quattro anni, che sta in un agriturismo sepolto dalla neve e un’altra signora, con un bimbo di pochi mesi, che sembrava molto provata dalla situazione.
Il proprietario di un negozietto ha raggiunto il capoluogo prendendosi un elicottero privato, ha portato del pane fresco… che impacchettiamo per distribuirlo; capisce che non sono del paese e mi regala due macchine fotografiche “usa e getta” scadute ma funzionanti … così potrò immortalare alcuni momenti preziosi.
Il dottore viene con noi, per solidarietà: la signora, ottantaseienne, ci accoglie dal balcone con un gran sorriso, è felice di vederci, sta bene, le portiamo un po’ di pane fresco… lei dice che è abituata a inverni così …racconta di sé, della casa, delle valanghe che ha già visto. Quando la salutiamo ci consiglia di fare attenzione perché il sentiero è gelato e lei non ha potuto buttare il sale!!!
All’agriturismo la situazione è sotto controllo, la pala ha già riaperto parte del sentiero; la mamma è tranquilla: la bimba dormiva mentre lei e il fratello tentavano di controllare il fuoco della caldaia (a rischio di incendio per mancanza di corrente), buttando nella neve grossi tronchi incandescenti.
La terza persona invece ci accoglie con un po’ di disagio: c’è stata una brutta lite con la vicina e lei si sente vittima di una situazione ingiusta, avrebbe voluto un generatore perché con il bimbo piccolo è difficile controllare il fuoco della stufa … ma lei, che è genovese, raramente si sente capita dagli autoctoni e in una situazione già tesa di per sé, tutto peggiora. Le garantiamo che entro sera avrà un generatore.
Quando rientriamo faccio personalmente l’elenco, a chi preposto in PC, di tutto ciò che dovranno trasportare con le prime rotazioni; il fax ovviamente non funziona così saltano tutte le procedure e la catena di comando ma la richiesta va a buon fine.
Insieme al parroco andiamo dove la valanga ha distrutto tre o quattro case; qualche misero resto (una scarpa, un mucchio di abiti, uno stendino…) spunta dai mucchi disordinati di neve: molti proprietari hanno già telefonato più volte per avere notizie ma chi ha il coraggio di dir loro la verità?
La macchina del guardaparco, che ci ha trasportato nell’ultima frazione a valle, si ferma vicino ad uno chalet semi travolto dal soffio della valanga: appartiene ad un signore anziano, solo e disperato; alcune persone stanno liberando l’ingresso dalla neve… ci fermiamo… ci sono delle pale, ognuno di noi ne prende una e incomincia a spalare, non c’è bisogno di parlare, ormai ci muoviamo tutti con gran sintonia.
Ogni tanto qualcuno avverte, come se nulla fosse, “valangaaaa…!!” e tutti corrono per evitare la sua traiettoria; si leva un gran nuvolone di polvere ma il tutto si esaurisce in pochi minuti …. Se ci fai l’abitudine!!
Non ci accorgiamo che il tempo è volato… il buio sta calando in fretta e un’altra notte si sta ingoiando l’ultimo chiarore.
Sono ormai passati 15 giorni dalla prima chiusura della strada per le vallate laterali di Valsavarenche, Champorcher, Gressoney, Champoluc, Cogne, Valgrisenche e Rhemes.
La situazione si è normalizzata, le vie sono quasi tutte aperte perciò oggi sono risalita in auto per ritrovare gli amici di Valsavarenche: sì, posso chiamarli così perché così mi son sentita quando mi hanno riaccompagnata all’elicottero, circa cinque giorni fa.
Quando entro nell’unico bar aperto, più persone mi vengono incontro, son felici di rivedermi, mi abbracciano, qualcuno si commuove, avvertono gli altri che sono lì, mi presentano ai pochi turisti basiti, mi vogliono far bere e mangiare, “ora ne abbiamo da vendere!!!!”dicono, mi rivolgono pensieri che ricorderò a lungo, con affetto.
Mi raccontano dell’ultima valanga che ha, ancora una volta, terrorizzato tutti perché è caduta praticamente nel paese, dove l’altro giorno si spalava allegramente…. Nessuno è rimasto sotto perché i presenti …. correvano tutti benissimo!!
Il Direttore della PC mi ha chiesto ieri come era andata, con il senno del poi qualche dubbio gli sarà venuto; voleva sapere dell’accoglienza ricevuta, sulla quale ho sorvolato perché aspetto il debriefing per descrivere ciò che è successo e per fare anche un’autocritica.
Sono convinta che abbia fatto bene ad attivarci, purtroppo nessuno conosceva le vere condizioni di sopravvivenza della gente e quindi, almeno all’inizio, il disagio è stato forte.
Il lunedì il nostro Coordinatore, Maurizio, ci aveva allertato perché la situazione era piuttosto critica. Per me ciò aveva significato mettermi gli scarponi della PC da quel momento in poi…. Dopo qualche ora a Valsavarenche avevo capito che forse…. occuparsi solo dei piedi… non era stato sufficiente!!!
E’ anche vero che dall’esperienza si deve imparare e, anche questa volta, spero di aver imparato qualcosa; sicuramente ho sperimentato che solo umiltà, adattabilità e disponibilità ti permettono di aprire un varco nella resistenza, giustificata, delle persone, di comunicare con loro attraverso il linguaggio della condivisione dei valori comuni, in cui ognuno di noi si identifica.
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