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..\ Abruzzo aprile 2009
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abruzzo terremoto aprile 2009
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Terremoto in Abruzzo
L’équipe psicologica dell’Associazione Psicologi per i Popoli - Emergenza VDA è stata attivata dalla Federazione Nazionale su richiesta del Dipartimento Nazionale di PC, lunedì 6 aprile verso le ore 10; alle ore 17 circa la Protezione Civile Regionale, autorizzato il supporto logistico (al fine di una completa autonomia) da parte dell’Associazione di volontariato della Colonna Mobile Valpelline, dava il benestare alla partenza il mattino del giorno dopo.
La squadra era composta da 4 psicologi ( Venturella Elvira responsabile, , Cassetto Doris, Cid y Bic Sonia e Madeo Meri) e un logista dedicato, Vidi Leo.
Siamo arrivati in Abruzzo la sera del 7 aprile; seguendo con il nostro pulmino il mezzo della Valpelline: guardavamo allibiti, intorno a noi, i paesi interessati dal sisma che via via attraversavamo. Le strade erano deserte, i distributori chiusi, solo i mezzi di soccorso circolavano e qualche pattuglia ci informava sulle deviazioni da prendere, per evitare viadotti instabili o centri con case pericolanti.
Verso le 19.30 c’è stata una forte scossa: i fili della luce hanno ballato un bel po’, noi ignari del rischio, anche perché da un mezzo in movimento la percezione delle scosse è inferiore, abbiamo continuato verso la nostra meta: l’Aquila, destinazione raggiunta grazie ad un miracoloso distributore da cui ci si poteva ancora rifornire. Sapevamo di avere appuntamento alla Scuola della Guardia di Finanza , obiettivo nostro e del gruppo ANA, partito insieme a noi con la cucina della colonna mobile.
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1° incontro organizzativo
Ci attendevano alla riunione del Coordinamento Psicologi del Dipartimento, situato al primo piano del DI COMAC, un ampio capannone, tutto vetri e strutture tubolari che ospitava i responsabili di tutti gli enti e le associazioni presenti in loco. Giulia, la coordinatrice della funzione psicologica della PC nazionale, stravolta per le numerosissime ore di lavoro e le pochissime ore di sonno, stava illustrando la situazione; da subito emergeva la necessità di un intervento urgente presso il capannone allestito da obitorio, dove si stavano ammassando oltre centocinquanta salme, alcune delle quali ancora da identificare. I colleghi presenti dal mattino avevano già supportato i familiari nel riconoscimento dei corpi e non se la sentivano più di ritornare il giorno dopo: erano “bruciati”. Il lavoro da compiere non poteva essere tollerato per più di un giorno, il livello di sofferenza a cui si era esposti non lo permetteva.
Alla nostra squadra è stato quindi affidato il compito di continuare, il giorno dopo, nell’accompagnamento dei parenti all’identificazione dei loro cari.
Siamo tornati verso le 23 dai nostri logisti, pensando di poterci buttare in branda e dormire; conoscevamo bene ciò che ci avrebbe atteso la mattina dopo, essendo abituati a lavorare nell’emergenza e nelle situazioni di tragedie familiari.
Purtroppo il campo non poteva essere montato lì, nel piazzale della Scuola della G.di F. perché la destinazione del resto della colonna non era ancora chiaro: la cucina degli alpini in realtà doveva essere destinata ad altra area, quindi i nostri colleghi stavano montando solo la tenda per dormire.
Quella sera nessuno di noi in realtà ha dormito, vuoi per il rumoreggiare di alcuni, vuoi per la preoccupazione del giorno dopo.
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All’obitorio
Al mattino alle 7 eravamo pronti ad immergerci nella realtà dell’obitorio ma neanche la più potente capacità immaginativa avrebbe potuto prepararci a quanto abbiamo poi vissuto. Gianni e Serena, due colleghi del Lazio, hanno voluto restare con noi anche il mattino dopo, malgrado fossero stati all’obitorio tutto il giorno prima,,,grazie per tanta generosità.
L’obitorio era situato in un grande magazzino, posto un po’ più in alto rispetto al resto della struttura, con un ampio spiazzo antistante, all’aperto: vi era un’entrata per le ambulanze, che trasportavano i corpi tratti dalle macerie, e un’entrata per i parenti che accedevano a quel luogo irreale, dopo aver risposto ad alcune domande dei finanzieri.La procedura del riconoscimento era estenuante: arrivava un parente, dopo qualche indizio dato al poliziotto della scientifica, lo accompagnavamo dove i corpi erano allineati (qualcuno già dentro la bara, qualcuno avvolto nella coperta con cui l’avevano trovato o in teli di fortuna) e si era fortunati quando l’identificazione avveniva al primo tentativo, perché la descrizione dei familiari era abbastanza precisa e il cadavere era abbastanza riconoscibile, almeno da qualche elemento fornito.
Non era un gran tratto di strada da percorrere ma i passi si facevano sempre più pesanti e dopo 15 – 20 riconoscimenti le gambe rispondevano al comando a fatica, sembrava che in qualche modo si opponessero, al pari dei parenti, all’amara constatazione della realtà
In quell’atmosfera di disperazione, rabbia, rassegnazione, strazio e impotenza qualcuno si accasciava sul corpo identificato ed era un’impresa strapparlo da lì e nessuno aveva il coraggio di farlo quando il corpo era quello di un figlio, di un nipote, di un bambino.
I minuti passavano e l’odore di morte, nauseabondo e appiccicaticcio, penetrava nei nostri vestiti, nel nostro corpo, nel nostro viso non protetto da inutili mascherine… con le lacrime agli occhi, di cui nessuno ormai si vergognava più, abbracciavamo la persona, la stringevamo, la guidavamo per allontanarla da lì, per accompagnarla fuori, all’aperto dove una collega poteva prendersi cura di lei, farla sedere, proteggerla dal sole, offrirle qualcosa da bere, accogliere la sua sofferenza indescrivibile. Susy e Sonia, logiste della nostra colonna mobile, sono state preziose nell’aiutarci a distribuire acqua, tè, fazzolettini, a sostenere e guidare, proteggere e consolare: hanno accettato di immergersi, per qualche ora, in una terribile realtà a cui, per fortuna, non erano abituate ma sono state coraggiose ed efficaci.
Quando si trattava di una coppia, un nucleo di sopravvissuti, un gruppo di amici, l’opera di contenimento diventava ardua: eravamo in due, a volte in tre e tentavamo di mantenere il gruppo riunito perché ogni membro attingesse forza e coraggio l’uno dall’altro, li esortavamo a stare vicini, a stringersi, a salutare la salma un’ultima volta, a lasciare un bacio, un pensiero ….
Noi, per trovare la forza di andare avanti, cercavamo ogni tanto lo sguardo di un collega, non dicevamo nulla ma quell’incontrasi con gli occhi, ci dava coraggio, ci faceva sentire uniti e solidali.
E poi si doveva affrontare la prassi burocratica: il verbale, con dei finanzieri straordinari che cercavano in tutti i modi di alleviare la pena, la dichiarazione di morte con i carabinieri, il timbro di ufficializzazione del decesso con un impiegato del comune. Code a volte infinite, inspiegabili per i più, intollerabili per tutti. Eppure le persone si mettevano in fila, docilmente, silenziosamente, quasi che l’abitudine alla rassegnazione di fronte a tali eventi catastrofici li avesse assuefatti, anestetizzati. I pochissimi che avevano il coraggio di ribellarsi, erano da noi appoggiati, sostenuti…
I ragazzi della G. di F., alcuni dei quali poco più che ventenni e da pochi mesi alla scuola, cercavano in tutti i modi di assolvere al loro compito con efficienza e umanità… quanta umanità, calore, comprensione ….. Bravi, bravi ragazzi capaci e sensibili, generosi e attenti: questa è parte di quella gioventù di cui possiamo davvero andar fieri.
Il piazzale, assolato e affollato sempre più di parenti, sembrava contenere a stento la loro presenza ma soprattutto l’andare e venire delle ambulanze: appena ne arrivava una tutti si avvicinavano per capire se il loro caro, non ancora recuperato, potesse essere lì. Per avere una certezza o per coltivare un’ultima flebile speranza.
Nel capannone arrivarono più di duecentottanta corpi.
Quanti giovani…. quante famiglie distrutte…… quanti figli, genitori, nipoti, nonni, fidanzati: è impossibile immaginare quanta sofferenza l’essere umano è in grado di sopportare…. Abbiamo avuto la sensazione di trovarci nell’inferno dantesco, ingiustamente proiettato sulla terra!
La pausa del pranzo e della cena ci ha strappato da quell’inaudita sofferenza per qualche attimo: era difficile restare, era impossibile andarsene. Il legame che si crea in certe situazioni lascia una traccia indelebile nelle persone che si sono incontrate per un attimo, forse il più doloroso della loro vita: è una traccia forte, pregnante, indimenticabile.
E il giorno dei funerali abbiamo potuto verificarlo: quando le persone ci riconoscevano ci venivano incontro con le braccia aperte, ci si abbracciava, si piangeva, si riannodava quel legame invisibile…
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Comune di Lucoli Campo San Menna
Quando siamo arrivati, tre giorni dopo, all’area di destinazione, ci è sembrato di rivivere... Gente "normale", sofferente ma che viveva... mangiava e dormiva.... al freddissimo (soprattutto a Campo Felice) ma in una realtà che comunque poteva riprendere una sorta di routine.
Il campo ufficiale di San Menna, del comune di Lucoli, gestito dalla Valle d'Aosta, era collocato in un’area sportiva: una cinquantina di tende, montate dall’esercito, che offrivano rifugio a circa duecento persone. Un po’ per volta a queste si sono aggiunte le nostre tende e il capannone per la mensa. Il campo di San Giovanni, collocato poco sopra San Menna, era composto da una decina di tende e ospitava un’ottantina di persone, tutte determinate a “non confondersi” con i paesani di San Menna e soprattutto a sottolineare la loro autosufficienza e capacità di sopravvivenza autonoma.
Nel campo ufficiale, come Associazione di Psicologi per i Popoli, Meri e Sonia hanno realizzato iniziative importanti e ben riuscite per:
v I bambini (allestendo lo spazio nella tenda a loro dedicata, con tanto di programmi e orari, e proponendo tutta una serie di attività che hanno riscosso grande successo e hanno permesso il ritorno ad un po’ di normalità)
v Gli adolescenti ai quali sono stati affidati compiti di sorveglianza del campo, attività amministrative, nonché gruppi di condivisione e di supporto reciproco
v gli adulti e gli anziani, che hanno accettato di confrontarsi in gruppo e singolarmente sulle dinamiche relazionali emergenti fra di loro e con i bambini
v i responsabili del campo, locali ed esterni, che dovevano incontrarsi per discutere tematiche organizzative, non senza conflittualità anche importanti, e che affidavano la conduzione degli incontri agli psicologi.
Vi sono stati anche momenti distensivi, quasi di allegria: la sera di Pasqua abbiamo tutti insieme cantato e sorriso all’enfasi dello “stornellare” dei ragazzi del paese. Ci siamo sentiti vicini, con un comune sentire, con una condivisione profonda del sentimento di appartenenza, di coesione del gruppo in cui ognuno si identificava.
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Accampamento di Campo Felice
A Campo Felice, un accampamento con circa 14 tende e un centinaio di sfollati, sorto per volere della popolazione che invece di scendere più a valle si è rifugiata più in alto (a 1600 m), è stato complicato anche solo stabilire quali spazi potevamo occupare (con la tenda per lo “spazio gioco” riservato ai bambini) e mantenere: gli abitanti sono una "tribù" un pò ai margini ma molto orgogliosa di esserlo, con punte di autodeterminazione che dall’esterno non sempre paiono a favore del "bene pubblico".
Gli scout, già presenti in loco, sono stati una risorsa preziosa sia nelle attività di montaggio e spostamento della tenda per i bambini, sia nel gestire lo “spazio gioco”, anche se le condizioni climatiche erano quasi sempre proibitive. La tenda non era riscaldata e la temperatura non superava generalmente i 5/6 gradi (è anche nevicato). Malgrado fosse stato trasportato un generatore, era impossibile creare un collegamento elettrico per una stufetta.
Qui hanno partecipato alle attività ludico-ricreative pochi bambini perchè erano quasi sempre malati (non solo a causa del freddo ma anche per una fastidiosa infezione intestinale che ha colpito anche noi).
Comunque, lavando l'insalata, preparando il minestrone con le anziane del posto e organizzando un torneo di carte con i ragazzi,giovani e meno giovani, siamo riuscite, Doris ed io, a insinuarci nel tessuto locale vivendo pochi ma commoventi contatti con alcuni anziani e adulti disponibili.
Ad altri è stata offerta ed accettata la possibilità di un supporto individualizzato.
Non ci fosse stato il nostro logista Leo (unica presenza maschile, all’interno del nostro gruppetto, autorevole per il capo tribù) sarebbe stato impossibile raggiungere il campo tutti i giorni (il nostro pulmino si inerpicava all’interno della valle, su percorsi che richiedevano una guida sicura) e "tenere duro"!
Malgrado le tante difficoltà, la sofferenza che aleggiava ovunque, l’angoscia e l’incertezza del futuro per gli sfollati che via via aumentavano, la paura delle scosse che continuavano incessantemente, il maltempo che imperversava, abbiamo vissuto un’esperienza indimenticabile, ricca di rapporti profondi, intensi, dove la gratitudine delle persone, sentimento ormai raro nella realtà odierna, permeava ogni sguardo, ogni contatto anche fugace.
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